Vi raccomando, mie care Figlie, di fare la novena del Santo Bambino con fervore e amore; cercate di purificare il vostro cuore, anzitutto per renderlo atto e disposto a ricevere dal Santo Bambino tutte le grazie che Egli desidera imprimere nei vostri cuori.

S. Maddalena di Canossa
Fondatrice

Santa Maddalena di Canossa (1774-1835)

Fondatrice delle Figlie della Carità  Serve dei Poveri, Canossiane

INFANZIA TRISTE
Maddalena Gabriella di Canossa nacque, come terzogenita tra sei fratelli, il 1 marzo 1774 a Verona, nel palazzo Sanmicheli, nella famiglia del marchese Ottavio e la contessa Teresa Szluha. Sulla facciata del palazzo si trova la scritta “I figli e i loro discendenti ci abiteranno per sempre”. La nascita di una seconda figlia sembrò opporsi a questa sentenza perciò per i genitori fu un’amara delusione.
Il giorno appreso, nella parrocchia di San Lorenzo la neonata ricevette il battesimo.

 Maddalena da bambina si distingueva dai suoi fratelli e sorelle con un carattere esuberante e schietto, affettuoso e fermo.
Purtroppo la sua crescita aromoniosa  di un’infanzia tranquilla venne improvvisamente interrotta da un drama familiare: il 5 ottobre 1779 il padre di famiglia, marchese Ottavio appena 39 anni, venne colpito da improvviso malore. Morì il giorno appreso.
Alcuni mesi dopo Maddalena e i suoi fratelli (Laura, Bonifacio, Rosa ed Eleonora) furono colpiti da una sciagura anche più grande: la perdita della mamma. La 27-enne vedova Teresa si era trovata in casa Canossa unica donna, con quattro uomini cui badare, oltre, naturalmente, i cinque figli. Non conosceva bene l’italiano, aveva una mentalità aperta, assai diversa da quella dei marchesi, piuttosto rigida e conservatrice. Convolò a seconde nozze con il marchese Odoardo Zenetti di Mantova e abbandonò alla loro sorte le sue cinque tenere creature, di cui la maggiore aveva nove anni e la più piccola, due. Eppure contessa Teresa era attaccata ai suoi bambini! Più volte Maddalena ripeterà in seguito in circostanze diverse: “La mamma amava molto i suoi figli”. Ella, infatti, intrattenne un’affettuosa corrispondenza con loro… Chi potrà mai sondare il mistero del cuore femminile!? Maddalena aveva 7 anni. Chiuse nel cuore il dramma di quella incomprensibile seperazione e lo avvolse per sempe in un assoluto e rispettoso silenzio.

 

La 15-enne Maddalena fu colpita da in misteriosa malattia che la condusse in breve in fin di vita. Dopo giornate di spasimi improvvisamente come era avvenuta, la febbre sparì ma si sfogò una grave forma di vaiolo, che coprì tutto il suo corpo. Ai dolori fisici si aggiunse la paura che il suo viso rimanesse per sempre deturpato. I parenti erano angosciati. Ma l’inferma li rassicurava: “Già, io non devo piacere a nessuno . Io mi farò monaca”.
Quando il peggio finì il suo fisico rimase leso per sempre, con un cronicismo al petto ed una contrazione nelle braccia. In Maddalena, segnata dall’esperienza lunga del dolore, si accendeva il desiderio di una quiete più profonda e totale.

UNA SCONCERTANTE ISTITUTRICE
La partenza della contessa Szluha obbligò i Canossa a cercare una istitutrice per la bambine. La scelta cadde su una Francese perché, secondo l’opinione del tempo, solo i Francesi avevano la competenza e il savoir faire indispensabili per istruire gli altri.
Purtroppo Francesca Capron si palesò presto donna senza scrupoli. In principio mostrò una speciale predilezione per Maddalena, bambina spigliata e prepotente. Le sue bizzarie e i suoi caprici li giudicava necessari per quel tocco di originalità conveniente per una futura dama di classe e, invece di corregerli, li lodava.
La bambina sentiva, sia pure confusamente, che era viltà adattarsi ad una educazione falsa. Ed un giorno in cui la maestra le suggerì di dire una bugia per scansare un meritato castigo dello zio, oppose un netto rifiuto. E quando venne in casa Canossa una nobildonna veneziana che aveva avuto dallo zio tutore l’incarico di esaminare il contegno e il progresso negli studi delle nipoti, Maddalena ne combinò una delle sue. La dama, in una sala del palazzo, stava discutendo con la Capron sulla maniera migliore per insegnare il catechismo e si mostrava piuttosto scettica sul metodo esclusivamente mnemonico. Improvvisamente, quando la conversazione s’era fatta più accesa, irruppe nella sala Maddalena. L’ospite, che non voleva sminuire  agli occhi dell’alunna il prestigio della maestra, si rivolse alla marchesina e l’ammonì: “Guai alle fanciulle che imparano il catechismo come la grammatica, la storia e la geografia!”.
A Maddalena piacque questa ammonizione e corse in camera a scriverla sul frontespizio del suo catechismo. Qualche tempo dopo, la Capron la vide ed interpretò come un’insolenza nei suoi riguardi.
Da allora Maddalena divenne bersaglio di un’aspra persecuzione, prottrarsi per anni. L’istitutrice cominciò a trattare la marchesina con palese ingiustizia e crudeltà sì da renderle ogni giorno più triste la sua fanciullezza.
Quello che può sorprendere e che è stato dichiarato da tutte le testimonianze, fu il comportamento della marchesina. Si impone il più rigoroso silenzio. Non si ribellò, non venne meno al rispetto e all’obbedienza. Seppe soffrire con una maturità ed una forza superiori all’età.
Laura, la sorella maggiore, non capiva il silenzio di Maddalena e, indignata di quel trattamento inumano, la esortava a parlare con lo zio. La marchesina, però, ripeteva: “Madame ha ragione: sono io la cattiva”. E aggiungeva: “Con tale angelo custode non potrò mai andar male”.
Ma se sapeva tacere quando si trattava della sua sensibilità, seppe, però, parlare quando bisognò impedire un vero male. Alle due sorelle maggiori era stato assegnato come professore d’italiano un certo Giuseppe Mondini, che se la intendeva troppo bene con la governante.
Una mattina Maddalena dichiarò decisamente alla Capron che né lei né la sorella Laura arvebbe più seguito le lezioni di quell’uomo, che con parole ambigue aveva tentato di mettere in pericolo la loro purezza. L’istitutrice comprese subito che la sua alunna non si sarebbe piegata: sapeva troppo bene che, da autentica Canossa, sarebbe stata irremovibile nella sua decisione.
Pensò allora di consigliare il marchese Girolamo a licenziare il Mondini. Poco dopo anche lei declinò l’incarico e nell’aprile dello stesso anno 1789 si unì in matrimonio con il professore. Alle nozze non mancò il dono di Maddalena, che aveva già perdonato e dimenticato.

LA DIVINA CHIAMATA
Maddalena a 17 anni scrisse al suo confessore la storia della sua vocazione. Ricordò che il primo invito a donarsi totalmente a Cristo, lo aveva sentito “sui cinque anni”, ma poi le attrattive del “bel mondo”, avevano messo fortemente in crisi la sua vocazione religiosa. È la malattia che le riportò decisamente verso Dio. Insieme sentì forte, come lei lo chiamava, “il genio” della carità verso i poveri, i malati, gli orfani, il prossimo senza amore. E man mano la chiamata di Dio si faceva sempre più suadente. Maddalena avrebbe voluto rispondere subito, ma il pensiero della rinuncia all’esercizio della carità la rendeva incerta. Chi avrebbe poi pensato ai poveri che quotidianamente affollavano l’atrio del suo palazzo? È vero che in convento avrebbe pregato per loro. Ma essi abbisognavano anche del suo pane, del suo soccorso e del suo sorriso. Le pareva che la clausura le avrebbe tarpato le ali di ogni iniziativa di carità. Per questo era tanto esitante e preferì tacere in famiglia. I suoi si erano così convinti che presto o tardi avrebbe sposato qualche giovane di nobile casa.
Ma quando a teatro un cavaliere le fece un complimento significante, ritenne giunto il tempo di dichiarare apertamente la sua vocazione. Colse l’occasione a tavola, mentre si parlava di brillanti nozze che avevano di recente interessato tutti i salotti della città.  Svelò che anche a lei s’erano fatte ottime proposte e che aveva già dato il suo assenso. Gli zii e le sorelle rimasero sconcertati. Il matrimonio era un affare di famiglia e non una scelta personale. L’affermazione di Maddalena non poteva essere che uno scherzo. Ma quando, con un lampo di gioia negli occhi, proclamò risoluta d’aver scelto per sé lo sposo migliore del mondo, Gesù Cristo, sentimenti contrastanti di ammirazione e di tristezza si dibatterono nei cuori dei familiari. Capirono che la partita era persa e che Maddalena li avrebbe sicuramente lasciati.
Con la pedagogia del dolore la Provvidenza preparava Maddalena all’urgente apostolato della carità in un periodo in cui stavano maturando per la vecchia Europa, e particolarmente per l’Italia, tristi tempi di guerre e di miseria, di sconvolgimenti socciali e religiosi, dei quali i piccoli e i poveri sarebbero stati le vittime più numerose e indifese.

ESPERIENZA CLAUSTRALE
Maddalena chiese e ottenne dagli zii di ritirarsi in città presso le “Terese” di vita claustrale. Le viene suggerito di incontrare prima tre ex gesuiti di grande pietà per un esame sulla chiamata alla vita religiosa. Tutti e tre, all’insaputa l’uno dell’altro, la sconsigliarono di entrare in convento. Il suo confessore, però, padre Stefano, carmelitano, la sollecitava con forza a riparare presto in clausura. Maddalena, come sempre, obbedì ed entro alle “Terese” il 12.05.1791 e vi rimase per alcuni mesi.Tutto di là le piaceva. Due cose, però, l’opprimevano: “la grata e il non potersi occupare direttamente in opere di carità”.

Rientrò in famiglia, ma per poco tempo. Il carmelitano, padre Ildefonso che momentaneamente sostituiva padre Stefano come confessore, le comandò di entrare tra le carmelitane Scalze. E lei obbedì. Ritenendo di partire per sempre, provò un vivo desiderio di rivedere la mamma e di riceverne la benedizione. All’incontro avvenuto nella villa di Laura erano ambedue molto commosse.
Entrando tra le carmelitane Maddalena di nuovo sentì “l’orrore alla clausura” e il tormento del pensiero che “in quel luogo non avrebbe potuto impedire i peccati, nè giovare alla salute delle anime”. Era, però, convinta che fosse solo tentazione ed era decisa a vincerla ”anche a costo della vita”.
Ma Dio, “con mezzo impreveduto”, di cui a tutt’oggi non sappiamo la natura, le impedì di farsi carmelitana. Costretta misteriosamente da Dio stesso, ritornò in famiglia, tuttavia desiderosa di arrivare un giorno alla consacrazione.

DON LIBERA GUIDA ILLUMINATA
Quasi subito, col consiglio di suor Luigia che la accompagnava in questo periodo difficile (perfino i familiari dubitavano della sua fermezza di carattere), si mise nelle mani di don Luigi Libera, uomo di vita santa e di grande spirito di preghiera. Ed egli la guidò per circa nove anni, aiutandola a chiarire pienamente la sua vocazione e ad incamminarsi verso la realizzazione del piano di Dio su di lei. Ci sono rimaste 68 lettere di don Libera. Attraverso questo epistolario è possibile ricostruire il cammino spirituale di Maddalena dal luglio 1792  fino al 14 dicembre 1799. Poco dopo, inopinatamente don Libera fu colto dalla morte il 22 gennaio 1800.
Ben diverso appare il metodo di don Libera da quello dei direttori carmelitani. Usava più la comprensione che l’autorità, il rispetto della libertà del penitente più che l’imposizione.
All’inizio le consigliò di vivere un anno intero “ritiratissima ed in moltissime orazioni per conoscere la volontà di Dio” senza prendere alcuna decisione sul suo avvenire. In seguito le dichiarò apertamente che non la vedeva chiamata alla vita carmelitana e, in attesa di maggior luce, la esortò a dedicarsi alle normali occupazioni della numerosa famiglia. Maddalena si desse tutta alla sua famiglia. E don Libera la incoraggiava e le dava utili consigli.
Il realismo e l’ottimismo del sacerdote contrastavano con il rigorismo e la scrupolosità di Maddalena. Il saggio direttore si impegnava con fermezza e pazienza a liberarla da questo triste male: “Non ci facciamo schiavi di scrupoli…; beato chi vive con il timore di offendere Dio; ma procuriamo che il nostro timore sia filiale e ragionevole perché nasce dall’amore”.
Il saggio direttore aveva man mano approvato diverse attività caritative che Maddalena avviava in città. Ne era nato un intreccio abbastanza vasto che veniva sempre più completato in un “Piano” che prevedeva un’istituzione permanente a beneficio dei più poveri e dimenticati. Era il “sogno immaginario” per ora, custodito gelosamente da Maddalena, ma racchiudeva il germe della sua futura missione di carità. Quando lo espose al Direttore, trovò in lui la più ampia approvazione: “la esorto con tutto il vigore e se lo vuole persino glielo comandodi dare tutta la mano alla istituzione…”. Contemporaneamente don Libera raccomandava vivamente all’attivissima marchesina l’orazione, specialmente mentale che doveva evolversi in semplice e vera contemplazione. Insisteva sull’uso delle giaculatorie, le raccomandava di accostarsi quotidianamente alla comunione eucaristica (la cosa non comune in quei tempi, infetti da giansenismo). Per la soluzione della questione vocazionale la esortava caldamente a crescere nell’amore alla Vergine e ad affidarsi filialmente a Lei.
Maddalena, corroborata da continua pratica di solida pietà, riuscì a superare la prova massima che il Signore le chiese proprio quando pensava di essere ormai libera di tentare la realizzazione del suo “sogno”. Nel novembre 1797 la giovanissima contessa Claudia Maria Buri, moglie dello zio Girolamo, vicina a morire, le affidava il suo Carlino di pochi mesi, supplicandola di averrne cura e di fargli da mamma. Nel mistero della morte Maddalena lesse chiaramente la celeste volontà. Accettò di essere “madre” e rimase ancora in casa, attendendo altri segni dall’alto. La sua vocazione era donarsi, mettersi totalmente a servizio di chi era nel bisogno.

PADRONA DI CASA
Quando la contessa Claudia Maria Buri era entrata in casa come sposa del marchese Girolamo, spettava a lei i diritto delle direzione della famiglia. Ma giovanissima, gracile e timida, aveva declinato con insistenza il gravoso incarico. Dovette accettarlo Maddalena.
Non era facile il governo di una casa principesca. C’erano i familiari cui provvedere; i servi; i mezzadri; i contadini cui badare; i tanti ospiti, anche illustri, da servire. C’erano, poi, mille faccende di ogni giorno da sbrigare.
La marchesina impresse all’andamento della casa un tono di fermezza, di intraprendenza e di moralità incensurata. Mostrò una saggezza ed una indipendenza rare. Pose al centro della vita di famiglia la religione. Tutti dovevano raccogliersi per il Rosario ed altre preghiere in comune; tutti erano invitati a frequentare i Sacramenti e, di conseguenza, tutti dovevano comportarsi con onestà e virtù. Anche a a se stessa aveva fissato le regole precise: “poche parole e molti fatti. Mai rigidezza, parole aspre, sguardi altezzosi, gesti di superiorità. Trattare gli altri con saggia disciplina, temperata sempre da grande liberalità e da interesse per ogni loro bisogno. Esattezza nel pagare il salario”.
Non trasformò il palazzo in convento, ma volle che vi regnassero buona armonia e alacre operosità. E per questo il classico principio: prevenire per non dover poi reprimere. Sorvegliava con fermezza e dolcezza tutti, mostrando affetto di madre ed autorità di signora.

RIVOLUZIONE FRANCESE
Nel marzo 1796 i Francesi erano scesi nella penisola per debellare Piemonte e Austria. A fine maggio Verona era minacciata di essere incendiata. A questo fine era già in marcia la divisione del generale Massena. Si può immaginare la consternazione della popolazione veronese. La notte molti cittadini abbandonarono la città. Anche Maddalena e i suoi fratelli fuggirono a Venezia dove rimesero oltre un anno.
I Francesi, entrati in città il 1 giugno, sfilarono da liberatori per le strade, accolti con costernazione da quasi tutti i cittadini. Due mesi dopo, sopravvennero le truppe austriache a sfilare anch’esse da liberatrici. Passarono nove giorni e riecco i Francesi. I Veronesi, stanchi di inerzia di Venezia che, informata su tutto, niente faceva, approffitarono dell’assenza di Napoleone, che tempestava per le valli, diretto alla conquista di Vienna. Le forze militari furono affidate al generale- brigadiere Antonio Maffei, marito di Laura Canossa. I contadini da lui rastrellati e uniti ai volontari della città, ottennero successivi considerevoli sino a mettere assedio a Brescia.
Ma presto i Francesi si rifecero vivi, costringendo il Maffei ad abbandonare le terre occupate e ripetendo ogni sorta di ruberie e di soprusi. La pazienza dei Veronesi non resistette e nella seconda festa di Pasqua scoppiò una sollevazione popolare, passata alla storia con il nome Pasque Veronesi. I Francesi fecero sui cittadini sommaria vendetta. Tanti tra i nobili furono condannati alla fucilazione e tra loro anche il conte Maffei e il vescovo Avogadro. I due ultimi quasi per miracolo riuscirono a scampare dalla morte.
I profughi Canossa vivevano sempre più nell’angoscia. Solo Maddalena si manteneva serena e riusciva a confortare anche gli altri. Trovava la sua forza nella preghiera, nelle visite nelle chiese e nella comunione giornaliera.

UN SOGNO
Come racconta il Bresciani, contemporaneo e primo biografo della Canossa, in questo soggiorno veneziano Maddalena “ebbe un sogno, che ha tutta forma di una supernaturale visione”, con cui il Signore le rivelò l’idea del futuro suo Istituto. Vide una signora in Compagnia di sei giovani donne, vestite di un abito marrone, con uno scialletto nero sulle spalle ed una cuffia nera in testa e al collo un tableau dell’Addolorata. Ad un certo punto la signora chiamò due di quelle giovani e le inviò tra una turba di ragazze ad insegnare catechismo. Ad altre due mostrò una corsia di ospedale, invitandole ad assistere e confortare le ammalate. Finalmente prese le ultime per mano e le portò in un’ampia aula. C’era là un nugolo di bimbe povere, sudicie, scarmigliate. Ed indicò la scuola come loro campo di lavoro.

A SERVIZIO DELLA CARITA’
Racconta Maddalena nelle sue Memorie che partecipando alla Santa Messa, sentì leggere un brano del libro di Tobia, che esaltava la carità. Fu colpita in modo particolare e si sentì  stimolata “ad impiegare tutte le opere di carità che il suo stato le permetteva”.
Dalle tante sue lettere veniamo a conoscere una mappa estremamente vasta di intereventi a favore di persone e di istituzioni. La si trova presente in qualsiasi impresa di bene, anche come intelligente ispiratrice e promotrice. Aiutò i sacerdoti ad istruire nelle chiese della sua città la pia pratica dell’Adorazione Eucaristica, detta delle Quarantore.
Procurò, attraverso l’intreccio delle sue alte amicizie, valenti oratori cisalpini per corsi di predicazione, esercizi spirituali, missioni a Verona e fuori. Si adoperò per far introdurre a Venezia l’opera delle conferenze sacerdotali e i ritiri mensili per i preti. Con don Pietro Leonardi promosse il catechismo domenicale per i servi delle famiglie nobili e garzoni dei barbieri, che erano impediti, per l’orario di lavoro, ad interevnire alla dottrina parrocchiale.
Particolare impegno mise nella campagna per la correzione della moda femminile, arrivata da Parigi. Quella della moda era per Maddalena una battaglia importante “per attirare le divine benedizioni sugli Stati e risparmiare tante offese di Dio”.
Promosse tra le giovani della noblità veronese la “Compagnia dell’Immacolata” cui le socie decisero di “vestiri secondo il loro stato di vita, ma sempre modestamente”. Massima attenzione aveva per i poveri e i malati. I primi li cercava nei loro tuguri, girando per i vicoli più nascosti con un servo ed una cameriera, carichi di cibi. La sua carità era diventata proverbiale. Per stimolare altri alla carità, istitui una strana compagnia detta “tre soldi”, perché ogni socio doveva versare tre monetine la settimana e vi iscrisse parecchie nobili di sua conoscenza. Parrecchie ragazze ritrasse dalla via del male.
Per gli infermi provava, come lei stessa esprimeva, un “genio” particolare. Non contenta di assistere gli zii in casa, frequentava spesso le corsie degli ospedali. Esano strapieni di malati, soprattutto di giovani soldati, feriti nelle varie battaglie fra Austriaci e Francesi. Aggirarsi tra i letti poco puliti in stanzoni scarsamente aerati e maleodoranti, tra persone coperte di piaghe non curate, era un atto di coraggio non comune. Maddalena, iscrittasi alla Fratellanza Ospedaliera, da poco istituita da don Leonardi, ne era divenuta presto l’anima.
Tra le corsie dell’ospedale incontrò un giorno la contessa milanese Carolina Trotti Durini. Nacque fra loro una tenera amicizia. Per diversi anni le due amiche si stimolavano a vicenda  alla santità, scambiandoci esperienze a vantaggio dei bisognosi.
Per qualche tempo Maddalena coltivò l’idea di unirsi a don Leonardi, che aveva aperto in Werona un ospizio per fanciulli e fanclille abbandonati. Ma in un incontro con il suo vescovo Monsignor Avogadro fu invitata a lavorare da sola e a dedicarsi di preferenza all’educazione delle bambine nelle scuole di carità. E benché sentisse naturale ripugnanza al questo tipo di servizio, decise di assecondare il desiderio del vescovo.
D’altra parte a quest’opera l’aveva esortata anche don Libera, poco prima della sua morte.

“IL RITIRO” CANOSSA
All’inizio del 1799 Maddalena raccolse le prime ragazze esposte ai rischi della strada. Acquistò un locale nella parrocchia di San Zeno in un quartiere più abbandonato e misero di Verona. Pur continuando ad abitare nel palazzo – dovendosi occupare del partimonio familiare e prendersi cura dei suoi zii anziani – passava molto tempo con le sue ragazze. Sua prima premura era di formare le compagne a spirito veramente cristiano e per questo aveva realizzato con loro un abozzo di vita religiosa.
Assisteva le bambine con gioia e non disdegnava di lavarle, pettinarle e nettarle anche degli insetti. A qualcuno che restava sorpreso vedendola in questi umili servizi, diceva: “Ma, forse, perché sono nata marchesa, non posso avere l’onore di servire Gesù Cristo nei suoi poveri?”.
La preoccupava intanto l’alternanza delle maestre. Rimanevano le fedelissime: ambedue di nome Matilde. Annotava: “Donne devote se ne trovano a fasci, ma vocazioni vere non è tanto facile”. Per questo ancora di più sentiva l’urgenza di lasciare il palazzo. Ma gli zii, anziani e malati, richiedevano con insistenza la sua presenza. Il fratello Bonifacio non si decideva al matrimonio. E così il peso della casa restava sempre sulle sue spalle. Senza parlare di Carlino (figlio di giovane Claudia Marii Buri, moglie dello zio Girolamo,  la quale sul letto della morte affidò il bambino a Maddalena chiedendola di essergli mamma), che la trattava ancora da mamma e la  “riteneva sempre assai occupata”.
Nel 1804 Bonifacio si risposò con Francesca Castiglioni, che Maddalena amò subito “come una sorella”, e alla quale cedette presto ogni responsabilità nel governo della casa. Anche i vecchi zii morirono. E Carlino veniva dal padre affidato alle cure di un precettore.
“Sciolta dai suoi legami”, cominciarono a rinascerle desideri “più antichi” di operare nel campo della carità, aprendosi a tutte le necessità più urgenti dei poveri, soprattutto a quelle religiose e morali, convintissima com’era che:

              „IL SIGNORE GESU’ NON ERA AMATO PERCHE’ NON ERA CONOSCIUTO”.

Sentiva che l’Opera iniziata era troppo piccola cosa. Aveva bisogno di dilatarsi con l’aiuto di altre braccia. Ma per questo bisognava che uscisse di casa. Inaspettatamente un aiuto glielo offrì… Napoleone. Dovendo nel 1805, come di consueto, essere allogiato dai Canossa, Maddalena domandò ai suoi di potersi ritirare fra le sue ragazze per il periodo in cui l’ospite avrebbe occupato il palazzo. Glielo concessero. Anche in questa occasione Maddalena fu presentata all’imperatore, il quale apprese dal principe Eugenio che, mentre le sorelle erano maritate, ella attendeva ad opere di carità. Napoleone comment ò ad alta voce: “Vedete? Quantunque donna, questa Signora ha trovato modo di essere utile allo Stato”. Altre volte l’imperatore incontrò la Canossa ed ebbe sempre per lei espressioni di stima e di compiacenza per la sua attività caritativa. 
     Quando se ne fu andato, Maddalena fece sapere allo zio e al fratello, per mezzo dei loro confessori, che non sarebbe più tornata al palazzo. Fu il finimondo. I familiari dessero una condizione: non avrebbero più ostacolato  quello che lei chiamava “la sua vocazione” quando si fosse trovata una casa più conveniente per lei e per le sue bambine.
     Maddalena, per non romprere definitivamente coi familiari tornò a casa, “risolutissima però, di continuare la sua strada”. E subito si diede a cercare l’edificio adatto. Gli occhi le caddero, sempre in rione di San Zeno, sul monastero dei Santi Giuseppe e Fidenzio, passato al Demanio, dopo la soppressione delle Suore Agostiniane. Mise in moto tutte le sue conoscenze  e giunse a superare tutti gli intralci e la burocrazia. Ci vollero due anni di stancanti insistenze per avere in mano i decreto di cessione, emesso in data 1 aprile 1808.

FONDATRICE DELLE FIGLIE DELLA CARITA’
Quando Maddalena il 7 maggio 1808 si sistemò in una delle piccole celle dell’ex convento agostiniano, aveva compiuto 34 anni. Era nella piena maturità. Le prove della vita e della vocazione l’avevano temprata.
Iniziava una esistenza completamente nuova. Portava con se le prime compagne Matilde Bonioli, Matilde Giarola e Aniela Traccagnini, anche Domenica Faccioli e Leopoldina Naudet che cercava un rifugio dove riparare, con alcune compagne, in attesa di realizzare l’Istituto, che si sentiva chiamata a fondare.
L’8 maggio furono aperte le porte dell’ex convento alle ragazze e alle donne di San Zeno. E fu subito l’invasione. Si organizzarono presto le scuole e il catechismo e, un pò più tardi, anche l’assistenza ai malati in ospedale e la formazione delle ragazze per le maestre di campagna.
L’opera si estende. Maddalena aprì case a Venezia (1812), a Milano (1816), a Bergamo (1820), a Trento (1828).
Nel 1819 la Congregazione ottenne il riconoscimento ecclesiastico e papa Leone XII approvò la Regola delle Figlie della Carità, il 23 dicembre 1828.

MADRE
Ora che la Congregazione era approvata dal papa, anche so non in modo definitivo, Maddalena sentì più vivo impegno di aiutare le sue figlie a crescere in conformità della loro specifica vocazione. È meraviglioso a questo proposito il vastissimo epistolario. Sono centinaia e centinaia le lettere che lei ha scritto alle sorelle. E furono innumerevoli gli incontri che ebbe con loro. Nonostante gli enormi disagi nei viaggi, la salute sempre malferma, gli affari imbrogliati e continui, mai si fermò, preoccupata di essere tra le sue figlie ad incoraggiare, guidare, confortare, rasserenare.
Margherita Rosmini, sorella del filosofo, fattasi figlia della Carità, la descrive così al fratello: “Ha un umore sempre uguale, sempre ilare con tutte e dolcissima; ha una carità con tutti  che sorprende ed umiltà profonda, senza parlarvi di altre virtù che possiede in grado sommo”. Ed era festa in ogni comunità quando giungeva Maddalena. Desiderava vivamente che in ogni sua casa regnassero “unione e allegria”. Raccomandava spesso l’unione e la carità scambievole: “non potete credere quanta consolazione provo nel sentire la unione dei cuori e la pace che avete tra voi… Mi pare che per questo mi si allunghi di dieci anni la vita”.
Era molto vicina alle superiore. Le incoraggiava nelle difficoltà dicendo che nel loro servizio trovavano il mezzo della loro santità.
Sfogliando la vasta corrispondenza con le figlie, emerge in Maddalena un volto di madre vigile e premurosa, ricca di affetto, attenta a consigliare e a confortare, preoccupata della crescita spirituale, non dimenticando delle necessità materiali.
No fa quindi meraviglia che Maddalena fosse così stimata e amata, non solo dalle figlie, ma da tutti quanti la conoscevano.

FONDATRICE DEI FIGLI DELLA CARITA’
Accesa di ardente carità per Dio e i fratelli, Maddalena sentì la necessità di non fermarsi al solo campo delle ragazze e donne. Anche i ragazzi e gli uomini avevano bisogno di chi li assistesse paternamente, soprattutto nelle loro necessità morali e spirituali. Erano molti i giovani, che affrontavano la vita senza alcuna preparazione.
Già nel 1800 aveva steso un Piano  che contemplava l’istituzione di una Congregazione con duplice famiglia, maschile e femminile. Nella sua mente l’istituzione maschile fu il modello di quella femminile. Ma nella successiva realizzazione storica avenne il contrario. I Figli della Carità nacquero molti anni dopo le Figlie.
Il 23 maggio 1831 venne aperto l’Oratorio dell’Istituto dei Figli della Carità a Venezia, presso la chiesa di Santa Lucia. Si realizzò un progetto a cui Maddalena aveva aspirato fin dal 1799.

PROMOTRICE DEL LAICATO
Nel 1822  nella casa in Bergamo, Maddalena iniziò il primo seminario per le maestre contadine , per quelle giovani, cioè, che provenivano ed erano destinate a rimanere in  campagna. Così Maddalena già promuoveva corsi di istruzione, che si concludevano con un diploma e che abilitavano ragazze volonterose all’insegnamento nelle scuole elementari nei villaggi. Per 7 mesi venivano accolte nelle case canossiane e, con la preparazione pedagogica, ricevevano anche una valida formazione spirituale e apostolica. Preparate in questo modo ritornavano nella società, diventando collaboratrici delle Figlie della Carità nei vari servizi ai prossimi.
Anticipando di molto i tempi, Maddalena assieme alle maestre rurali, diede un impulso all’istruzione del popolo ed insieme promosse il laicato ad una cooperazione generosa all’apostolato della Chiesa.
Contemporaneamente dava avvio agli Esercizi spirituali per le Dame. Conosceva per esperienza quanto poteva essere utile alla salvezza l’opera di una nobildonna nella sua casa e in tanti altri ambienti. Gli Esercizi diventavano un mezzo opportuno “per eccitare in esse lo spirito di carità”. Ma anche le ragazze del popolo, le donne, le maestre avevano i loro corsi annuali, con grande vantaggio spirituale per tutte.
La Canossa, anima veramente apostolica, non si sentiva mai paga. Provava il bisogno di spingersi sempre più avanti, di tendere fin dove l’amore può arrivare – ovunque. Da questo desiderio di coinvolgere tutti nel dinamismo dell’amore, nacquero le Terziarie delle Figlie della Carità, laiche e religiose.
Antonio Rosmini, che l’aveva conosciuta bene, soleva proporla ai suoi amici come esempio nell’esercizio della carità: “Ricordatevi di quella buona signora Canossa,la quale non finisce mai di predicare che nelle opere di Dio bisogna avere animo grande ed  intraprendere tutto quello che si può a Sua gloria”.

VERSO IL TRAMONTO
La salute di Maddalena era sempre malferma. Ma negli ultimi anni tutti notavano quanto ella fosse affaticata e debole. Ciononostante continuava i suoi molteplici viaggi per assistere le case e sbrigare molteplici affari. Sosteneva anche la fatica degli Esercizi spirituali alle Dame.
Quando si ammalò seriamente, scrisse alle sorelle dell’Istituto una lettera di sereno congedo con vive raccomandazioni di amore e di fedeltà alla vocazione. Le esortava all’osservanza delle Regole, all’amore, all’obbedienza e all’umiltà e concludeva l’anelito continuo e più vivo del suo cuore di apostola: “Vi raccomando quanto mai posso i miei amati poveri; certate, per carità, che tutti vadano un giorno a godere il Signore, e ciò con le vostre istruzioni, orazioni, carità e fatiche”. L’espressione finale racchiude i due suoi grandi amori: “Vi lascio tutte nel Cuore Santissimo di Maria Addolorata, nostra amatissima Madre. Desidero che Dio vi brucci del suo santo e Divino amore”.
Era il testamento definitivo. Però non si fermò. Potè ritornare a Verona. Vi trovò tanto da fare. Cominciò subito dettando le lettere su lettere, per rispondere alle tante che si erano accumulate sul tavolo durante la sua assenza.“Non bisogna perdere tempo – diceva –. Bisogna sbrigasi. Alla fine del mese accompagnava i corsi di Esercizi alle Dame. Ma la tosse e la febbre non la lasciavano più.
Maddalena finisce la sua vita intensa e fruttuosa avendo appena 61 anni. Muore a Verona il 10 aprile 1835, il venerdì prima della Domenica delle Palme, circondata dalle sue figlie spirituali.

SANTA
Maddalena di Canossa praticò fino all’eroismo tutte le virtù cristiane, ma rifulse soprattutto nell’umiltà e nella carità. Con questo felice binomio: “L’umiltà nella carità”, papa Pio XI sintetizzò “la caratteristica più bella e più squisita di qusta gran donna, di questa purissima vergine” nel discorso del 6 gennaio 1927, in occasione della lettura del decreto sull’eroicità delle virtù.
Papa Pio XII, il 7 dicembre 1941, nel fosco periodo della seconda guerra mondiale, la proclamò beata.
Papa Giovanni Paolo II, il 2 ottobre 1988, la cinge dell’aureola dei santi dicendo: “la carità la divorò come la febbre”.


EPISTOLARIO
Il suo epistolario è ricco di 3000 lettere e i suoi scritti autobiografici aiutano a comprendere di quale ardore fossero imbevute la sua fede e la sua carità, di quale spessore fosse il suo amore per Cristo e la sua dedizione per il prossimo, per il quale spenderà la sua fortuna economica e tutte le sue energie.